| Indice Articolo |
|---|
| La difesa |
| Le manovre |
| Oltre le manovre |
| Divisione delle schivate |
| Errori classici |
| Contrattacco |
| [ articolo completo ] |
Durante l’apprendimento di una disciplina da combattimento l’atleta principiante, tende ad apprendere con buona rapidità le tecniche di attacco. Pugni e calci in combinazioni anche complesse non sono un ostacolo insormontabile per i giovani allievi. Ciò che invece risulta più ostico da apprendere nella maggior parte dei casi sono le tecniche di difesa attiva. Strano. Indubbiamente l’atleta che si avvicina ad uno sport da combattimento non teme eccessivamente lo scontro fisico, eppure tutti, chi più chi meno, evitano volentieri di prendere calci e pugni. Perché fanno male, e tanto.
Ma allora come mai sembrano tutti più occupati ad attaccare, a colpire, ad offendere con tecniche micidiali piuttosto che preoccuparsi di difendersi e di prendere meno colpi possibile?
Probabilmente in maniera molto ingenua si ritiene che l’aspetto difensivo sia meno importante. È fuori dubbio che la nostra società celebra maggiormente i vincitori, ed in quest’ottica si valuta positivamente l’azione di attacco,il goal, il più veloce al traguardo, ecc. Si consuma insomma il mito del più forte, che in quanto tale, attacca e vince.
Raramente si sente analizzare il fatto che spesso gli atleti più forti, non sono tali solo in virtù di una maggiore potenza muscolare (almeno non in tutti gli sport…) ma anche di una superiorità tattica e strategica. Per quanto riguarda uno sport di contrasto e contatto fisico e psicologico come la KB è importante sottolineare questi aspetti e capire che spesso una vittoria, ma a volte una intera carriera, si basa su doti ben più complesse ed articolate delle semplici capacità organiche di resistenza, forza e velocità. Interpretare le azioni dell’avversario, leggerle in una chiave di lettura che porti ad identificare la strategia giusta e riuscire ad applicarla attingendo dalle proprie capacità tecnico-tattiche è quanto di più grande e produttivo possa fare un atleta. È quello che fa di un buon atleta, un Campione.
Esistono molti esempi passati e presenti di questa verità. Atleti divenuti Campioni ed esaltati dai media e dagli appassionati per la loro capacità di vincere anche le sfide più improbabili, grazie alla loro enorme capacità di “improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo”. Non erano magari i più forti, né i più veloci, né i più resistenti o coordinati o agili, non avevano magari un fisico statuario, né sembravano possedere quella cattiveria agonistica che li portava a superare i limiti del loro fisico. Cosa rende allora questi atleti superiori alla media? La loro intelligenza tattica! La capacità di vincere, al di sopra delle difficoltà, della superiorità del loro avversario, al di sopra anche della propria condizione fisica.
Un aspetto fondamentale di questa intelligenza tattica è senza dubbio il fatto che questi si dedicarono maggiormente degli altri allo studio della difesa. Essi compresero prima di altri l’importanza di non prendere colpi, o di prenderne meno possibile mentre cercavano costantemente di colpire a loro volta. La difesa attiva diviene così un elemento aggiunto dell’attacco, creando nuovi spazi, nuove possibilità di vittoria, nuove strade tecniche verso l’affermazione.
Cosa si intende per difesa attiva? L’insieme di quelle manovre evasive e di contrasto sugli attacchi dell’avversario. la difesa passiva, ossia il subire colpi senza reagire né disporre di un repertorio tale da far presupporre una imminente reazione di contrattacco, è proibita in combattimento per la stessa incolumità dell’atleta. Quindi non necessità di studio né di apprendimento. Al contrario, la difesa attiva, necessita di un costante ed approfondito allenamento in palestra.
Le manovre tipiche di questo tipo di difesa sono facilmente divisibili in : bloccaggi, schivate e spostamenti.
Analizzeremo dapprima i bloccaggi in quanto sono effettivamente la prima manovra utile per non essere colpiti, anche se la meno produttiva. Infatti con questa tecnica difensiva si pone una parte del proprio corpo (solitamente un arto) a copertura di altri punti sensibili ai quali l’attacco che si sta subendo è effettivamente indirizzato. In pratica invece di subire il colpo al viso, al corpo o alle gambe, esso viene ammortizzato (ma pur sempre subìto…) da un braccio, una gamba, una spalla, ecc. che vengono spostati repentinamente ad intercettare l’impatto. I bloccaggi anche se eseguiti correttamente sottintendono comunque l’assorbimento del colpo, e per quanto esso possa essere smorzato dall’ammortizzamento delle gambe e del corpo, alla lunga un simile atteggiamento difensivo porta comunque a subire dei traumi che possono compromettere l’esito dell’incontro.
L’azione primaria del bloccaggio è quella di intercettare l’attacco avversario prima che questo riesca ad arrivare a bersaglio e provocare danno. Ne deriva comunque un interessante risvolto tattico che ha recentemente colpito la nostra attenzione alla tattica. Avevamo sempre creduto che il bloccaggio fosse essenzialmente l’ultima risorsa della difesa, quando cioè non si riesce a schivare o a spostarsi adeguatamente o in maniera sufficientemente rapida. In effetti la pensiamo ancora così, tuttavia abbiamo compreso che anche un bloccaggio, se ben eseguito e seguito da un contrattacco efficace, può avere la sua importanza in un match. In pratica il concetto è che se l’avversario trova costantemente (o comunque con una certa frequenza) nella nostra difesa attiva, un contatto duro, benché questo sia solo a danno di braccia, gambe e porzioni del corpo non utili ai fini del punteggio, la sua azione tenderà a fiaccarsi per effetto della stanchezza. Inoltre il contatto produrrà l’effetto di smorzare l’impeto dei colpi successivi e di predisporre l’avversario ad esporsi maggiormente ad un eventuale contrattacco, rimanendo a lungo sui colpi per cercare di individuare il bersaglio utile che continua a sfuggirgli. Certo non vogliamo con questo dire che i bloccaggi siano la migliore forma di difesa. Assolutamente. Però è utile notare come a volte anche la forma di difesa meno produttiva e più rischiosa (si prendono comunque dei colpi…) possa ottenere dei vantaggi se ben sfruttata. Di queste applicazioni difensive dei bloccaggi, e del loro utilizzo a scopo di contrattacco parleremo più approfonditamente nella sezione tecnica più avanti.
La seconda forma di difesa attiva, rispettivamente più conveniente dal punto di vista tattico, è lo spostamento. In pratica si tratta solamente di eseguire una variazione di distanza rispetto all’avversario tanto da evitare che i colpi di quest’ultimo giungano efficacemente a bersaglio. Lo spostamento potrà essere totale o parziale, ed in questo caso parleremo di semispostamento. Nel semispostamento avremo lo spostamento di un solo arto inferiore, nello spostamento totale avremo lo spostamento di entrambi gli arti inferiori. Ne consegue ovviamente un minore o maggiore aumento della distanza di combattimento. Esiste anche una forma di spostamento, quello circolare, eseguito facendo perno su uno dei piedi e spostando l’altro lateralmente, che non provoca variazioni della distanza bensì una variazione diagonale dell’asse di combattimento.
Lo spostamento, il semispostamento e lo spostamento circolare possono essere accompagnati o preceduti da un bloccaggio. In pratica secondo la velocità dell’attacco ed il relativo tempo di reazione dell’atleta che lo subisce, questi tenderà dapprima a bloccare per proteggersi e successivamente (ma parliamo di frazioni di secondo…) a spostarsi per evitare il colpo stesso ed i successivi. È ovvio che come per i bloccaggi, anche gli spostamenti offrono lo spunto per numerose manovre di contrattacco. Anche di queste occasioni tattiche tratteremo più approfonditamente nella parte tecnica più avanti.
Le schivate sono la forma di difesa attiva più spettacolare e premiata. Traggono la loro immagine vincente dalla loro difficoltà di esecuzione. Non si tratta di una difficoltà di movimento, anzi si tratta spesso di dinamiche semplici ed istintive, bensì di una difficilissima collocazione nello spazio e soprattutto nel tempo del combattimento. La schivata è la risposta istintiva al timore di essere colpiti che porta l’atleta ad eseguire un aggiustamento tale della propria postura da porsi momentaneamente fuori tiro dagli attacchi dell’avversario, senza necessariamente variare la distanza né l’asse di combattimento, rimanendo e soprattutto ritornando facilmente e velocemente nella posizione originaria di guardia.
Ognuno di voi potrà verificare che nel momento in cui un avversario ci porta un colpo deciso, istintivamente tutti tendiamo a chiudere rapidamente le palpebre e ad allontanare la parte interessata dal colpo. Istintivamente abbiamo effettuato una schivata. Il concetto più tecnico di schivata trae origine comunque da questo gesto naturale e si evolve secondo necessità ed accorgimenti tattici, in movimenti più ponderati e sicuri. Si tratta in un certo senso di correggere l’istinto e portarlo ad indurci nel momento del pericolo ad effettuare si un gesto istintivo, quasi inconsapevole, ma tecnicamente studiato ed automatizzato. Non è una cosa semplice…
Una cosa da capire, specie per gli atleti più giovani è che non è possibile schivare tutto. Nessun atleta è in grado di schivare ogni attacco, sempre, in qualunque situazione. Eppure alcuni grandi atleti, a volte sembrano veramente imprendibili. La loro apparente velocità nell’evitare di essere colpiti deriva sicuramente da un ottimo allenamento e condizionamento alle schivate, ma anche e diremmo fondamentalmente dalla loro attitudine a muoversi. Insomma essi spostano continuamente il loro corpo e i loro punti sensibili, creando linee e traiettorie sempre nuove ed imprevedibili, usando l’istinto come un radar, e azzeccando quindi spesso la schivata e/o lo spostamento giusto, ma aumentando inoltre per pura legge matematica la probabilità di non essere colpiti semplicemente perché si sono nuovamente spostati.
In pratica anche l’attacco più rapido e breve ha bisogno di un bersaglio, ma se questo è in continuo movimento diventa estremamente difficile per chi attacca portare colpi a segno (soprattutto colpi efficaci).
Quindi una delle cose da apprendere subito per un atleta è che non deve pretendere di vedere il colpo che arriva, valutare la situazione e quindi schivare; bensì egli deve porsi costantemente fuori tiro dagli attacchi, movendosi in maniera aciclica e aritmica in più direzioni onde costituire un bersaglio difficilissimo da individuare. Bisogna insomma avere la predisposizione a schivare prima ancora che sia di fatto il momento utile per farlo.
Esiste tuttavia un altro aspetto, una caratteristica che pone alcuni atleti geneticamente più fortunati, ad un livello più alto rispetto alla capacità di eludere gli attacchi avversari. Parliamo delle qualità psico-fisiche ed in particolare di quelle percettivo-cinetiche. Questi atleti in pratica sono dotati naturalmente di una più rapida ed efficiente percezione dei movimenti nel tempo e nello spazio sia propri che di chi sta loro intorno. Per farla più semplice: tutti sappiamo che l’occhio attraverso la capacità visiva trasmette al cervello delle immagini che esso elabora e restituisce ai restanti sensi ( e questo accade anche nelle attività motorie sportive) con un leggero ritardo dovuto appunto al trasferimento da occhio a cervello, da cervello al sistema nervoso e da questo a tutto il corpo. In alcuni soggetti particolarmente fortunati questo ritardo fisiologico è ridotto, risulta cioè assai più rapida la risposta del cervello ed il successivo passaggio a sistema nervoso. Essi riescono dunque a reagire più rapidamente di altri in quanto la loro risposta ad uno stimolo visivo è decisamente accelerata. Si tratta è evidente di casi molto particolari e rari, che trovano la loro fortuna negli sport di destrezza e velocità.
Freddie Spencer (soprannominato “fast Freddie”) pilota di Motociclismo vinse nel 1985 il Campionato Mondiale in due diverse categorie, la 250cc e la 500cc, proprio grazie a questa caratteristica. Egli possedeva appunto quella caratteristica genetica, che all’epoca venne definita “visione rallentata”, di percepire con maggiore rapidità ed approssimazione il movimento (e quindi la velocità), cosa che lo metteva nella particolare condizione di anticipare le azioni di guida ed ottenere maggiore sensibilità e precisione alle alte velocità.
La stessa tipologia di percezione cinetica estremamente efficace ha reso un atleta già ben dotato tecnicamente come Massimo Liberati, quel grande Campione di Full Contact che poi è stato. Atleti più dotati fisicamente, a volte più giovani, a volte più veloci, spesso più potenti, che se visti in azione davanti ad altri avversari facevano credere in una loro probabile vittoria su Liberati, venivano poi ridimensionati dal nostro imbattibile Campione del Mondo dei pesi welter, che dall’alto di una classe sopraffina e di questa sua dote naturale di rendersi introvabile per i colpi dell’avversario (da cui deriva il soprannome “Shadow”), spesso faceva persino perdere di credibilità ai suoi avversari tanto che a volte il pubblico meno attento ed esperto li considerava avversari troppo abbordabili per il nostro, senza rendersi conto che si trattava degli atleti più forti in circolazione. Proprio queste sue capacità, naturali, ma anche ricercate ed allenate, hanno permesso che Liberati mantenesse il Titolo Mondiale di Full Contact per oltre 10 anni, difendendolo se non ricordo male 23 volte! Altri fortissimi atleti, anche più dotati fisicamente e parimente impeccabili dal punto di vista tecnico come Giorgio Perreca, Bruno Campiglia lo stesso fratello di Massimo, Paolo Liberati pur avendo avuto una eclatante carriera agonistica, non hanno avuto il suo stesso risultato numerico né sono usciti altrettanto indenni dalle loro furibonde battaglie sui ring di tutto il mondo. Questo credo dia l’esatta misura dell’importanza delle qualità percettivo-cinetiche e di conseguenza indirettamente ne risulta il valore aggiunto di una difesa attiva efficace e ben allenata.
Le schivate possono essere distinte in 2 gruppi fondamentali: le schivate verso colpi diretti e quelle verso colpi circolari.
Le schivate verso colpi dalla traiettoria diretta o rettilinea sono sostanzialmente 2:
1. quelle indietro, nelle quali si allontana il corpo dal colpo avversario con uno sbilanciamento composto indietro al fine di allungare la distanza dei propri punti sensibili dall’attacco dell’avversario (questo ovviamente senza spostare neanche uno degli arti inferiori, altrimenti parleremmo di spostamento o semi-spostamento e non di schivata…). Questo tipo di schivata risulta particolarmente facile in quanto si tratta di un gesto istintivo, facilmente assimilabile da parte dell’atleta. Nonostante questo merita comunque di essere approfondito dal punto di vista tecnico. È importante infatti sottolineare che la schivata indietro si effettua attraverso uno sbilanciamento del busto portando il peso sull’arto inferiore arretrato e contemporaneamente contraendo la parete addominale al fine di frenare un eventuale eccessivo arretramento con conseguente perdita di equilibrio. Durante questo pur brevissimo arretramento della parte superiore del corpo, le gambe ben flesse e reattive, devono fornire sostegno ed elasticità alla manovra nonché garantire il perfetto equilibrio. È infine importante che durante questa manovra difensiva si mantenga la testa, o meglio il mento ben incassato tra le spalle e basso, verso il torace, onde evitare che un colpo, anche di flebile intensità che arriva però a bersaglio mentre ci si trova sbilanciati indietro, produca più danni del dovuto.
2. quelle in flesso-torsione, nelle quali si elude il colpo dell’avversario spostando il bersaglio, cioè la testa, lateralmente. Generalmente questo tipo di schivata viene effettuata all’esterno della guardia avversaria, ossia lo spostamento del corpo e della testa di lato viene pilotato verso destra nel caso di attacco di diretto sinistro, e viceversa. Questo perché nel caso opposto ci si troverebbe, nonostante la schivata, ancora in una traiettoria vulnerabile ai colpi dell’altro arto dell’avversario. Tuttavia esistono situazioni tattiche e strategiche nelle quali questo tipo di flesso-torsione “all’interno”, può risultare utile e produttiva, magari se eseguita con l’intento di accorciare rapidamente la distanza oppure di colpire d’incontro. Anche la flesso-torsione necessita del supporto sinergico delle gambe, nonostante sia sostanzialmente un movimento di tronco. Gli arti inferiori si flettono elasticamente per stabilizzare il corpo e per mantenere l’equilibrio, mentre le spalle ruotano in senso orario o antiorario a secondo del lato dal quale si intende schivare, mentre contemporaneamente l’addome si contrae e la testa si incassa bene tra le spalle. Le braccia e le mani restano bene in guardia a difesa del viso e del corpo, e nel caso di schivata a sinistra, a causa della rotazione delle spalle vengono a trovarsi praticamente in guardia opposta.
Le schivate verso i colpi circolari sono invece di un solo tipo e prevedono un movimento complesso che fa interagire gambe e busto nell’orientare il corpo in una traiettoria evasiva rispetto all’attacco subito. Il primo movimento essenziale sarà quello di un rapido piegamento di raccolta del busto verso gli arti inferiori. Solo successivamente si potrà iniziare una rotazione nel senso opposto alla traiettoria dell’attacco subito, portando quindi il bersaglio primario, la testa a passare sotto il colpo avversario e a trovarsi in posizione sicura onde potere risalire e concludere la schivata tornando in guardia o sferrando un contrattacco.
È importante che durante tutto l’arco di movimento lo sguardo possa continuare a seguire l’avversario, quindi è necessario mantenere la testa sufficientemente eretta sul collo e delegare lo spostamento in basso alle gambe e parzialmente al busto. Questa può sembrare apparentemente una considerazione ovvia, invece è diffusa l’abitudine di alcuni atleti di effettuare questa schivata con un movimento a pendolo della testa e del busto che ruota in avanti, da sinistra a destra o viceversa, creando una situazione di estremo pericolo e disagio.
Pericolo perché così facendo si perde facilmente il contatto visivo con l’avversario e si rischiano quindi colpi successivi imprevisti, e perché si sposta pericolosamente il baricentro in avanti creando uno sbilanciamento della guardia che può creare problemi successivi. Inoltre così si rischia di avvicinare pericolosamente la testa, protesa in avanti all’avversario con conseguente pericolo di impatto con la testa, i gomiti e altre parti dure dello stesso, che potrebbero causare ferite, e che tra l’altro proprio per le suddette ragioni è un comportamento proibito dal regolamento.
Questo tipo di atteggiamento rispetto alla schivata circolare è particolarmente evidente in atleti di Boxe, anche se resta proibito dal regolamento. Nel caso degli atleti di Kick Boxing è evidente che questo modo di fare sia ancora più pericoloso per l’incolumità dell’atleta a causa appunto dell’utilizzo nel bagaglio tecnico, di colpi di calcio che partendo dal basso incrocerebbero con maggiori devastanti conseguenze la testa protesa in avanti ed in basso (erroneamente) sulla schivata.
Un altro errore abbastanza comune è quello di iniziare il movimento di schivata portando lateralmente la testa (tipo flesso-torsione…)prima di iniziare la discesa con gli arti inferiori e con il busto. Questo atteggiamento è giustificabile solo quando si tiene esattamente sotto controllo l’avversario e si riesce quindi ad intuire con largo anticipo se l’attacco proviene da destra o da sinistra. Risulta comunque poco probabile tra 2 avversari di livello paragonabile, possedere così tanto margine di sicurezza, e resta buona abitudine portarsi prima in basso ed evitare quindi di essere colpiti e solo successivamente avvalersi di eventuali rotazioni per uscire da un lato o dall’altro dell’asse di combattimento.
In ogni caso il movimento sinergico delle gambe, che vanno a raccogliersi sulle ginocchia mantenendo un appoggio neutro del peso, e del busto che esegue una rotazione delle spalle sul bacino contraendo addominali ed obliqui, deve garantire la stabilità ed il mantenimento dell’impronta a terra (proiezione del corpo sul piano di terra entro i limiti della propria sagoma).
Come detto anche le schivate circolari offrono svariate opportunità di contrattacco, sia d’incontro, che di rimessa.
Oltre a queste manovre difensive esiste ovviamente tutta una serie di combinazioni tra bloccaggi,schivate e spostamenti che inseriti di continuo e con azzeccato tempismo nell’azione, rendono l’atleta che le esegue molto difficile da individuare e colpire. Ci chiediamo in questo senso, se sia il caso di parlare di singoli atteggiamenti, ben calibrati e concatenati (ma pur sempre tanti e consecutivi singoli movimenti diversi), oppure di azioni combinate vere e proprie. Nel secondo caso è utile imparare alcune manovre evasive ed inserirle spesso nelle sequenze di attacco onde evitare di essere intercettati od “incrociati” facilmente, senza tuttavia limitarci a queste bensì rimanendo attenti e fantasiosi nel combinare le singole schivate, o spostamenti o bloccaggi in azioni complesse fluide e dal ritmo incessante, lavorando di intuito, esperienza e creatività.
Bisogna cioè allenare la difesa attiva esattamente come si farebbe con le tecniche di attacco, imparando dapprima i singoli movimenti (in attacco saranno colpi, in difesa saranno schivate-spostamenti-bloccaggi) e perfezionandoli nella loro forma ed economia, poi realizzando vere e proprie combinazioni tra questi elementi difensivi, automatizzando alcuni schemi difensivi di base e procedendo ad inserirli sempre costantemente nelle azioni di attacco, nello sparring, al sacco, durante l’addestramento tecnico e persino nel vuoto e nel riscaldamento.
Azioni difensive dovranno altresì essere allenate secondo i consueti metodi conosciuti, come il power training, il circuit training e così via, per aumentare le capacità condizionali (forza, resistenza e velocità) anche in relazione alla specificità di questi gesti.


